Quello che ho imparato nonostante la scuola

Quello che ho imparato nonostante la scuola Ovvero la Briscola in sei con le regole del cinque  Di Francesco La Medica Ci sono quelli che entrano a scuola e tali e quali escono, come se non fosse passato neanche un istante dal giorno in cui hanno varcato per la prima volta la soglia del liceo. Ma, per mia fortuna, non credo di potermi considerare uno di loro.In questi cinque anni di liceo qui al Boggio Lera, infatti, posso dire che, chi più chi meno, la maggior parte dei miei professori (e di professori, adesso che sono alla fine del quinto anno, posso dire di averne conosciuti parecchi) mi ha trasmesso qualcosa, nel bene e nel male, influendo più o meno profondamente nella mia vita. C’è stato il professore che mi ha insegnato cosa volesse dire lavorare duramente per poi vedere premiato il frutto del proprio lavoro; c’è stato il professore che mi ha fatto capire l’importanza di un approccio multidisciplinare allo studio; il professore che mi ha trattato da adulto, dandomi la possibilità di gestirmi da solo le mie ore di studio; il professore che mi ha mostrato come, analizzando ogni singolo minuscolo mattoncino elementare che compone una questione, anche le cose che più diamo per scontate non siano affatto così scontate (chi l’avrebbe mai detto, ad esempio, che i verbi, proprio come gli elementi chimici, hanno una loro valenza?); c’è stata la professoressa che mi ha ricordato cosa volesse dire stare con la testa fra le nuvole, dimostrandomi che si può essere così anche se si hanno i piedi per terra; c’è stata la professoressa che mi ha fatto odiare la materia che l’anno precedente e per tutti e tre gli anni seguenti ho amato alla follia (una materia secondo la quale quando camminiamo è il mondo stesso che ci spinge); c’è stata la professoressa che mi ha trasmesso una serie vuota e sterile di nozioni da chi vuol essere milionario; c’è stata la professoressa che non è riuscita a farmi capire per niente la sua materia, che rimane tuttora avvolta da un affascinante velo di mistero (e mi sembra quasi un atto sacrilego anche il solo pensare di volerlo squarciare).Insomma, in questi cinque anni ho capito che esistono vari tipi di professori, che possono essere distinti in base a quello che riescono a trasmettere ad un alunno. Ci sono quei professori che non riescono a trasmettere assolutamente nulla. Quelli che non riescono ad andare al di là dei loro programmini compilati dal Ministero. Ci sono quelli che, pur non insegnando niente, riescono a fare crescere un alunno dentro, facendolo riflettere e maturare. E poi ci sono quei professori che riescono contemporaneamente ad insegnare la loro materia e a trasmettere all’alunno la passione per questa materia, facendolo diventare addirittura suo complice nell’analisi di certe questioni. Questi ultimi professori sono quelli che vengono definiti dei professori bravi, motivati, o chissà che.Ma non importa, non è di questo che si occupa il nostro articolo. Il nostro articolo, infatti, si occupa del problema principale di ogni alunno: la gestione dell’immane flusso di informazioni, curiosità e, in certi casi, addirittura valori provenienti dalla moltitudine di professori che lo circondano. Questi dati (se così vogliamo chiamarli) sono veramente troppi, e, se non adeguatamente filtrati, rischiano addirittura di far scoppiare il cervello del povero alunno. Ecco che, quindi, l’alunno ha evoluto un proprio sistema di autodifesa che scatta nel momento stesso in cui il flusso di dati si interrompe o, in certi casi estremi, anche quando è ancora in corso (mentre il professore, cioè, sta ancora cercando di spiegare): la briscola in sei con le regole del cinque. L’alunno che attiva per primo questo meccanismo cerca immediatamente nei suoi compagni dei segnali che indichino insofferenza verso gli stimoli provenienti dal professore. Se ne trova un numero sufficiente, seleziona un numero di cinque compagni per “armare un seggio”. Dopodiché, inizia il gioco: dopo aver deciso chi fa carte, si levano i due dal mazzo e si danno sei carte a testa. In base alle carte che si hanno, si inizia una specie di asta in cui si passa oppure si dichiara il punteggio che si ritiene di poter fare con quelle carte. L’asta serve ad aggiudicarsi il diritto di scegliere il seme della briscola. Si passa quindi al cosiddetto “giro morto”, in cui si butta una carta in base a quella che si suppone possa essere la briscola. Alla fine del giro morto, chi ha vinto l’asta decide chi prende, dichiarando il seme della briscola e “chiamando” una carta, il cui possessore sarà il suo compagno, che deve giocare favorendo chi l’ha chiamato, ma senza farsi scoprire dagli altri. Una volta chiamato il compagno, si gioca con le normali regole della briscola.Essendo questo l’ultimo anno, la nostra mente era stracolma di dati, e, di conseguenza, il meccanismo di autodifesa si è attivato più spesso del solito. Siamo così giunti a stilare addirittura una serie di regole, qui riunite in un prontuario, basilari. Il non rispetto di queste elementari regole è in grado di provocare urla, insulti, risa, ma anche lancio di oggetti vari e, ovviamente, cozzate.  triade si chiama 91 (per gentile concessione del nonno di Caniglia); Più carichi da soli si tengono; 3. Il 7 è fondamentale, e al giro morto non si butta mai; 4. Al giro morto se la chiamata va da 81 a 90 il re non si butta, così il cavallo da 91 a 100; 5. Se chi chiama esce di scartina al giro morto, è probabile che questa sia la briscola, e quindi va superata; 6. Se la chiamata è 118 e si ha una donna accompagnata da un’altra figura o da un 7, questa va buttata al giro morto, altrimenti è senza punto e si paga doppio (ma l’alunno non gioca con i soldi); 7. Se chiama Tenerello c’è una base fuori; 8. Regola “Di Francesco”: un carico alla fine lo porta sempre; 9. Se è carte a terra e il compagno è Cinquerrui, non è detto che si vinca. Glossario Base: L’insieme delle carte che escono durante un singolo giro. Molto comuni sono le lamentele nel caso in cui la base viene fatta con una scartina o, al contrario, nel caso in cui con una briscola alta si fa una base con pochi punti; Carte a terra: Quando le briscole di valore più alto sono possedute da chi ha chiamato e dal suo compagno, si “buttano le carte a terra”, perché la vittoria è matematica; Chiamare: Dichiarare la carta che si sceglie come compagno; Compagno: Colui che viene chiamato; Portare: Si usa così per indicare il possesso di una carta che prima o poi si giocherà; Scartina: Carta molto bassa (4, 5 o 6), di nessun valore, ma utile se del seme della briscola; Triade: Donna, cavallo e re. Si chiama 91 perché uno dei due carichi mancanti spesso esce al giro morto; Si ringraziano per la collaborazione: Carlo Caffarelli; Il gruppo della briscola; Il professore Menza (quello dei mattoncini elementari). Francesco La Medica

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3 Risposte to “Quello che ho imparato nonostante la scuola”

  1. vigliag Says:

    🙂 fantastico, bellissima interpretazione del boggiolera

  2. M. Gueye Says:

    Prof. Menza, ho scovato un errore! All’inizio del testo c’è un SOTTOLIN.

  3. melquiadesthegypsy Says:

    Dove di preciso? Che tipo di errore è? E come dovrebbe essere, invece?

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