Chi ha paura della scuola?

INCHIESTA Temono soprattutto il passaggio alle medie. Hanno il dubbio di non saper studiare. E l’idea di diventare autonomi, invece di attrarli, li spaventa. Genitori e insegnanti? Spesso li caricano di troppe aspettative. Alle quali i piccoli studenti rispondono così

di Ambra Radaelli

Tratto da «La Repubblica delle donne», 14 gennaio 2006, pp. 58-64

C’era una volta la scuola dell’obbligo. Magari noiosa, ripetitiva, severa. Ma (quasi) per tutti si trattava di un percorso agevole. Le cose cambiano: oggi soprattutto il passaggio alle scuole medie è vissuto da molti alunni con ansia. Nei casi peggiori, e per fortuna rari, i bambini (ma soprattutto gli adolescenti) sviluppano una vera e propria fobia scolare, che però, in realtà, con lo studio ha poco a che fare (vedi box). A volte, senza arrivare alla patologia, manifestano un rifiuto forte, doloroso. Spesso, semplicemente, non entrano in classe volentieri; ma anche la mancanza di entusiasmo compromette la qualità della vita. Questo a sentire le madri, che si confrontano tra loro in ufficio o davanti alle scuole aspettando i figli, a loro dire sempre più riottosi. La scuola è cambiata, da quando ci andavano loro: adesso le elementari hanno il tempo pieno, mentre dalle medie si esce all’ora di pranzo (a volte è previsto un rientro, qualche pomeriggio la settimana), e imparare tutt’a un tratto a gestirsi mezza giornata e a studiare da soli non è sempre facile. D’altra parte, però, ora anche alle elementari c’è più di un insegnante; quindi non c’è più il passaggio, anche qui talvolta complicato, dalla maestra-chioccia che sapeva tutto di te alla moltitudine docente che ancora a dicembre ha difficoltà a ricordarsi il tuo nome. Ma allora, come mai questa percezione ansiosa, problematica? Lasciamo da parte le situazioni di competenza dello psichiatra, e anche quelle disagiate per ragioni culturali o economiche. Parliamo di figli di famiglie italiane, senza problemi colossali. “Non mi pare che il disagio dei ragazzi verso la scuola sia aumentato”, osserva Francesca Lavizzari, preside dal 1978, ora alla elementare e media Cavalieri di Milano. “Anche se ci può essere, soprattutto in prima media, perché è tutto nuovo, il numero dei docenti aumenta, la scansione delle discipline è più rigida, c’è una diversa gestione della cartella, del diario… È la normale conquista delle piccole autonomie, in cui vanno rispettati i tempi, diversi, di ogni bambino”. Per il resto, molto dipende dalla scuola: “Da quanto pone l’accento sulla competizione. Da come accoglie lo straniero o l’handicappato. Se prevede un momento di ascolto”. Uno strumento per far sentire meglio i ragazzi esiste. “Come per le superiori, anche per le medie – ma, di fatto, non si redige in tutte – c’è lo Statuto degli studenti: all’inizio dell’anno stabiliamo le regole assieme ai bambini, che si sentono riconosciuti come persone e le rispettano più facilmente”. Lavizzari non nega di essersi trovata alle prese con qualche caso spinoso, in tanti anni di lavoro. Ma nessuno è rimasto senza soluzione. “Lo psicopedagogista che lavora con me fa uno screening di tutti gli iscritti e, se vede un problema, si mette in contatto con la famiglia o, se c’è, con il professionista che già segue il ragazzo”. In casi meno gravi, il rifiuto della scuola è spesso generato dai genitori, che possono essere problematici in vari modi: “Anche qui, ci sono quelli particolarmente competitivi, quelli che non sanno creare momenti di ascolto se non come interrogatorio (“Che cosa avete fatto a scuola oggi? Che domande ti ha fatto l’insegnante? Come hai risposto? Che voto hai preso?”), quelli che si colpevolizzano perché passano molto tempo al lavoro e poco a casa, quelli che tengono i figli sotto una tutela eccessiva. Allora il “no” alla scuola del bambino è un modo per mettere in atto un ricatto, o per attirare l’attenzione. Una volta, un mio alunno ha lucidamente detto che, così facendo, voleva punire madre e padre”. Oltre alla famiglia, che ruolo hanno il bullismo o l’emarginazione di cui si può essere vittime? Dopotutto, secondo dati di telefono Azzurro, nel 2004 il 35,4% degli adolescenti ha ammesso la presenza del bullismo nella propria scuola… “Ho affrontato un problema di questo tipo proprio pochi giorni fa. Una madre si è lamentata con me del fatto che il figlio fosse respinto dai compagni. Ho coinvolto la sua classe in un gioco. Abbiamo fatto un elenco delle parole che dovevano sparire: esclusione, dispetto… A fine mese la classe mi presenterà un elenco analogo, ma di cose positive. In ogni caso, l’esclusione non è mai casuale né improvvisa: può colpire un alunno perché è dispettoso, non è al livello di apprendimento degli altri, è noioso, o invadente, o piange spesso. Ci sono sempre segnali: sta agli insegnanti coglierli, e intervenire”. Già, i docenti: anche loro hanno una parte di responsabilità, quando un bambino dice “no” alla scuola: “Succede quando azzerano la sua autostima, parlando solo delle negatività senza valorizzarne le doti, quando lo privano di un ruolo, del rispetto”. Come può la scuola “riconciliarsi” con un alunno? “Essendo più accogliente, offrendo maggiori spazi e tempi più lunghi: in un istituto di provincia avevo una stanza per i ragazzi, che potevano utilizzarla come meglio credevano. Era uno spazio alternativo all’oratorio e una risposta alla mancanza di luoghi laici. Soprattutto a Milano, i giovanissimi vivono reclusi tra casa e ore d’insegnamento. Oppure hanno i pomeriggi occupati da mille impegni: pallavolo, inglese, pianoforte… Non c’è spazio per la sana noia che fa diventare creativi. Così gli alunni si nevrotizzano, anche perché a ognuno di questi corsi ci sono regole da seguire. E allora non sopportano più la costrizione, in primis quella della scuola”. “Ritengo che il fenomeno del rifiuto sia contenuto”, commenta Chiara Saraceno, professore di Sociologia della famiglia all’Università degli Studi di Torino, “ma che vada tenuto sotto osservazione perché coivolge due contesti in relazione problematica: la scuola e la famiglia. I genitori, che spesso hanno un solo figlio, sono eccessivamente ansiosi, lo iperproteggono, lo investono di aspettative elevatissime, tendono a colpevolizzare la scuola anche per disagi minimi. Molti non lo mandano alla scuola materna, impedendogli così di sviluppare le risorse per reagire alle frustrazioni, che possono venire dal gruppo dei pari o dall’adulto quando non guarda il bambino come essere privilegiato. Non so se i “no” alla scuola sono in aumento; certamente ne è salita la percezione. Una volta si diceva: “non fare tante storie”; poteva essere una grave disattenzione, ma anche banalizzare un problema può aiutare. Il passaggio alla scuola media è sicuramente arduo, perché questo ciclo di tre anni è oggetto di minori attenzioni pedagogiche. È un’età in generale poco studiata: ci si concentra sull’infanzia e poi è come se si “saltasse” all’adolescenza”. Anche Lorenzo Fischer, che insegna Sociologia dell’educazione all’Università degli Studi di Torino e alla Sis del Piemonte, punta il dito contro la famiglia. “Si è passati dall’autoritarismo del passato a un totale permissivismo. Ho visto figli di laureati che alla scuola materna si scagliavano contro educatrici e compagni, perché incapaci di accettare qualsiasi vincolo. Ai genitori manca un comportamento autorevole e democratico: autorevole nel senso che deve trasmettere l’indispensabilità delle regole in una società, democratico perché queste regole devono essere sensate, discusse con i bambini e rispettate in primis dagli adulti. Chi non viene educato in quest’ottica non diventerà mai autonomo e responsabile, di conseguenza sarà scadente anche nell’apprendimento; di qui la fuga dalla scuola”. Ma il passaggio dalle elementari alle medie è davvero così drammatico? “In Italia come in tutta Europa (tranne la Scandinavia dove esiste un ciclo – molto efficace – di otto anni senza soluzione di continuità, con gli stessi docenti e compagni). Va poi ricordato che si tratta di un’età difficile, soprattutto per i maschi, che a ogni livello sono meno brillanti nell’apprendimento: sono meno consapevoli della sua importanza, si sviluppano e maturano più tardi. In più, alla scuola media, l’importantissimo gruppo dei pari è monosessuato, e i gruppi di ragazzi spesso fuorviano i membri dallo studio”. Questa è spesso anche l’età del bullismo… “Non ho dati, ma penso che il suo aumento sia reale. La colpa è dello scarsissimo senso civico delle famiglie, che giustificano i figli sempre e comunque. Del resto, questo è il Paese dove chi rispetta le regole è fesso… Vuole un esempio? Un mio amico è preside in una superiore solo femminile. A una ragazza viene rubato il telefonino. Un insegnante capisce chi è stato, e manda la colpevole in presidenza. Il mio amico le dice che dovrebbe denunciarla perché il furto è un reato, ma se lei restituirà il maltolto e chiederà scusa si potrà soprassedere. La ragazza il giorno dopo non si presenta a scuola; quello successivo getta il telefonino, rotto, contro la compagna a cui l’aveva rubato, che, comprensibilmente, reagisce con parolacce. Ebbene, non solo il resto della classe ha preso le parti della ladra, ma la madre, il giorno dopo, è andata dal preside a chiedere: ‘Come mai lei permette che mia figlia venga insultata?'”. Dura, la vita del corpo docente… “Da sola, la scuola non ce la fa”, prosegue Fischer. “Bisognerebbe anzitutto rieducare le famiglie. In Francia, Germania, Usa esistono corsi per i genitori. L’Italia non ha nessuna tradizione in merito, ma anche qui i presidi potrebbero indire riunioni, invitare i genitori a seguire conferenze, a interessarsi del tema. E anche il governo, dovrebbe capire che si tratta di un’emergenza nazionale. Di recente si è lanciato un allarme analfabetismo (L’Unla, Unione lotta all’analfabetismo, ha parlato di sei milioni di persone in difficoltà con lettere e numeri. L’Istat ha ribattuto, sulla base dell’ultimo censimento, che sono “solo” 782.342, spiegando che i sei milioni si ottengono sommando agli analfabeti totali gli italiani privi di licenza elementare: 5.199.237, e sostenendo che non è vero che chi è privo di licenza elementare non sa leggere, ndr). A fronte di una buona scuola elementare – siamo sempre ai primi posti nelle comparazioni internazionali – alla fine delle medie siamo sempre sotto la media Ocet (Office of Continuing Education and Training). In Italia quasi il 100% della popolazione ha la licenza media, ma un quarto è semianalfabeta: non è in grado di proseguire gli studi e, cosa più importante, di essere cittadino in una società complessa come quella attuale”. Per i genitori esiste a Roma un gruppo informale, I carciofi riottosi, che fa capo a Elisabetta Canitano: “È dedicato a quei genitori (solo genitori) che hanno figli un po’ “carciofi”, quindi sono per forza un po’ carciofi anch’essi”, spiega Canitano. “Però non vogliono rassegnarsi, e quindi continuano a lottare per i loro ragazzi come possono, con i mezzi che hanno. Il gruppo si è incontrato una sola volta prima dell’estate. Un nuovo appuntamento è per questo periodo. Ma ci sentiamo, ci vediamo anche al di fuori, e ci aiutiamo quando c’è bisogno. Ognuno consulta gli specialisti che crede, per suo conto: il valore del gruppo sta nel confortarci reciprocamente e alleviare i sensi di colpa”. È possibile scrivere a Canitano attraverso il sito www.vitadidonna.it. (Si ringrazia la Scuola Politecnica di Design di Milano per avere ospitato questo servizio nei suoi spazi. www.scuoladesign.com).  Quando il malessere diventa fobiaA volte la scuola diventa fonte di vero malessere. Si chiama fobia scolare e, come scrive la neuropsichiatra infantile Savina Cordiale nel volume Adolescenze (a cura di Paola Carbone, ed. Magi), interessa tra il 2 e il 6& dei teenager, ma in alcuni casi anche alunni delle elementari o delle medie. «Si tratta di un insieme di manifestazioni (principalmente angoscia verso la scuola, depressione e somatizzazioni) che collocheremmo tra i disturbi dell’umore, la fobia sociale e soprattutto l’ansia da separazione. Il sintomo fobico attacca una situazione chiave per lo sviluppo dell’adolescente, membro del gruppo di coetanei che per lui è un importante riferimento. Non riuscire a stare lì, a scuola con gli altri, esprime un’incapacità di accedere all’adolescenza e richia di frenare la crescita emotiva». Chiarisce la specialista: «È un malessere psicologico, non sociale. La scuola ne è il teatro, ma non l’origine. Non c’entrano il bullismo, i professori, le relazioni di gruppo. E la fobia va distinta sia dal disinvestimento sulla scuola (il classico ‘non mi interessa’) sia dal temporaneo calo del rendimento. Nasce dal malessere psicologico del giovane, dalla sua paura di crescere e di sganciarsi dai genitori (in particolare dalla madre), da una relazione con loro basata principalmente sulla performance e poco sull’affettività, cui si aggiunge un giudizio su di sé molto forte e la tensione verso un’immagine ideale, irraggiungibile, la ricerca di un sé grandioso che schiaccia il potenziale evolutivo». Il tutto si innesta su un periodo, l’adolescenza, in cui «il conflitto è necessario, creativo. E quindi sono l’intensità e la durata a fare la differenza tra conflitto costruttivo e immobilizzante[SC1] . La prova che la scuola è un “pretesto” è nel fatto che spesso il ragazzo mantiene l’investimento sullo studio, e con successo». Allora, perché proprio la scuola? «Perché è un microcosmo in cui si sperimenta il rapporto con gli adulti, la crescita del proprio corpo anche in senso sessuale, l’adattamento al gruppo dei pari. L’affetività e la fisicità si differenziano da quelle della madre. Questo è tanto più vero a partire dalle medie; prima, il contesto è più familiare» .I sintomi della fobia? «Crisi d’ansia, in genere durante il percorso tra casa e scuola, che segna la separazione: depressione e senso di inadeguatezza; somatizzazioni (capogiri, tremori, nausea). Smettere di studiare non è una soluzione: i sintomi di ripresenteranno, legati al posto di lavoro». Ad aiutare il ragazzo è utile un terapeuta, per esempio dei Servizi territoriali per la Tutela della Salute Mentale e la Riabilitazione in Età Evolutiva (Tsmree), che dipendono dalle Regioni e fanno parte delle Asl. 

Dalle stesse pagine (59-64) della «Repubblica delle donne», 14 gennaio 2006:Arianna, 13 anni: «cCi danno molti compiti: dicono che siamo stupidi e temono di non stare al passo con i programmi»Giovanni, 13 anni: «ho paura di non realizzarmi al meglio, di partire con le basi sbagliate. La mia preoccupazione, quindi, riguarda soprattutto l’imparare male le cose. E poi di essere così teso, dutrante le interrogazioni, da non riuscire a dire quello che ho studiato»Simona, 10 anni: «La mia difficoltà? Parlare davanti a tutti» 


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 [SC1]esempio interessante di ambiguità COORD: si potrebbe anche coordinare i due aggettivi nudi, anziché due SN con ellissi della seconda occorrenza del nome.

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21 Risposte to “Chi ha paura della scuola?”

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