Il contesto determina la valenza?

Qualche giorno fa, i miei studenti di 1BT hanno avuto la fortuna di avere come supplente, per alcune ore, una collega di lettere, Maria Grazia, che io stimo molto e che da tempo volevo coinvolgere nel mio progetto di rinnovamento della didattica della grammatica e della scrittura. Non ho ancora parlato con lei, ma da quello che i ragazzi, oggi, durante la ricreazione, mi hanno raccontato, credo che, in un modo o nell’altro, finalmente, il coinvolgimento ci sia stato. Maria Grazia, infatti, ha stimolato la classe con domande e obiezioni importanti, che puntano al cuore della teoria e che possono aiutarci a perfezionare il metodo con cui i contenuti della teoria vengono proposti agli studenti La teoria a cui mi riferisco è il modello valenziale di Tesnière (per una introduzione di taglio scolastico si veda questo mio documento), così come è stato interpretato all’interno della grammatica generativa (struttura tematico-argomentale, riconoscimento della asimmetria soggetto-oggetto=argomento esterno vs. argomento/i interno/i; per una introduzione, si veda questo documento).

Ora, due affermazioni di Maria Grazia, in particolare, hanno messo in crisi i miei ragazzi, e vorrei commentarle:

(1) la valenza di un verbo dipende dal contesto (ovvero, la valenza cambia al cambiare del contesto)

(2) il verbo essere è monovalente (es. io penso, dunque sono (= ‘esisto’)).

L’affermazione (1) è falsa: è la VALENZA che determina il contesto, non il contrario. Del resto, se non fosse così, la teoria della valenza non avrebbe nessuna utilità, perché non servirebbe a fare previsioni sulla produzione delle frasi, né a spiegare perché alcune frasi sono accettabili e altre no. Vediamo allora di falsificare (1): la posta in gioco è molto alta! Sono necessarie, però, alcune premesse (che vorrei ribadire ai miei studenti; a proposito: siete in possesso di queste nozioni? se sì, siete riusciti/riuscite a richiamare queste nozioni al momento giusto, all’interno di una argomentazione?):

a) gli aggiunti (complementi non obbligatori e semanticamente indipendenti), al contrario degli argomenti, non vengono tenuti in considerazione nel computo della valenza del verbo;

b) uno stesso verbo può avere più di una valenza/struttura argomentale (mettere, ad es., come vedremo tra poco, è bivalente e trivalente; un’analisi alternativa consiste nel considerare il bivalente e il trivalente come verbi semanticamente distinti nel lessico, ma omofoni);

c) a valenza/struttura argomentale diversa corrisponde una accezione diversa;

d) alcuni verbi permettono che alcuni dei loro argomenti vengano omessi (ellissi). Si tratta, però, comunque, di argomenti e non di aggiunti (v. il post)

Si osservino, adesso, gli esempi in (3) e (4):

(3) Giovanni mette il cappotto (verbo bivalente)

(4) Giovanni mette il cappotto sul tavolo (verbo trivalente).

La presenza di sul tavolo in (4) potrebbe sembrare responsabile del fatto che la valenza di mettere venga incrementata di un’unità (e questo giustificherebbe (1)). Si osservi, però, che il significato di mette è diverso nei due esempi. In (3), infatti, significa ‘indossa’, mentre in (4) significa ‘colloca, posa, appoggia’. Secondo il modello, ad ognuna di queste accezioni può essere associata una valenza/struttura argomentale diversa. Ed è proprio in virtù di queste strutture argomentali che (3) e (4) sono frasi benformate in italiano: la struttura argomentale bivalente associata a ‘indossare’ determina, genera (3), mentre la struttura trivalente associata a ‘appoggia’ genera (4). Che valenza e accezione siano strettamente correlate è dimostrato dal fatto che non è possibile associare la struttura trivalente al significato ‘indossare’, come risulta evidente dal seguente contrasto:

(5) Giovanni mette il cappotto e si sente molto elegante

(6) ??Giovanni mette il cappotto sul tavolo e si sente molto elegante (diventa accettabile, però, se sul tavolo è un aggiunto e si immagina Giovanni che sale in piedi sopra al tavolo e poi indossa il cappotto: ma in questo caso mette è bivalente e non trivalente, e dunque l’associazione con l’accezione ‘indossare’ è quella prescritta).

Tornando all’ipotesi in (1) e agli esempi in (3) e (4), si noti ancora che (1) non riesce a rendere conto del fatto che frasi come quelle in (7)-(9) sono malformate (se, infatti, la valenza dipendesse davvero dal contesto, il verbo mettere assumerebbe, di volta in volta, la valenza e l’interpretazione adeguate):

(7) *Giovanni mette (mettere non è monovalente: la frase è rigettata)

(8) *Giovanni mette sul tavolo (mettere è sì anche bivalente, ma il secondo argomento deve essere un sintagma nominale e non preposizionale e deve fare riferimento a qualcosa che possa essere indossato, dato che il significato associato alla struttura bivalente è solo ‘indossare’; se il verbo fosse atterrare, bivalente e con argomento SPsu <meta>, la costruzione risulterebbe benformata)

(9) *Giovanni mette le chiavi dal tavolo della cucina a quello della stanza da letto (il verbo non è quadrivalente e non bastano quattro argomenti a farlo diventare quadrivalente: provate a sostituire mettere con il quadrivalente spostare).

Non è, dunque, il contesto a modellare i verbi e la loro valenza/struttura argomentale, ma esattamente il contrario: sono i verbi, infatti, a proiettare le loro proprietà sulla frase, a darle forma. E la teoria della struttura argomentale è più conveniente rispetto a (1) proprio perché riesce a spiegare perché (7)-(9) sono inaccettabili, e, al contempo, riesce a spiegare perché, invece, (3)-(5) sono benformate.

E nel momento della ricezione del messaggio? In quel caso il contesto aiuta il destinatario a scegliere fra le due accezioni previste dall’entrata lessicale del verbo polisemico (e non altre): nel caso di mettere, se il contesto presenta due argomenti sarà selezionata l’accezione ‘indossare’; nel caso, invece, che gli argomenti siano tre (ed esattamente SN SN SP<meta>), sarà selezionata l’accezione ‘collocare’.

Adesso è possibile passare all’affermazione in (2), che ripeto per comodità: il verbo essere è monovalente.

Si tratta, stavolta, di un’affermazione vera. Posto, però, che esistono più verbi essere o che il verbo essere è polisemico, e che a diverse accezioni corrispondono diverse valenze/strutture argomentali, come abbiamo già detto. In sostanza, è certamente monovalente essere nell’accezione di ‘esistere’ (penso, dunque sono). La copula e l’ausiliare hanno strutture tematico-argomentali distinte, sulle quali qui non mi soffermerò. Queste ultime strutture/accezioni, però, sono le uniche note ai miei studenti, che ignorano l’accezione “latina” o “cartesiana” (e appartenente ad un registro tecnico-specialistico, filosofico, della nostra lingua) del verbo essere oggetto del contendere. Questo li ha ovviamente spinti a rigettare l’ipotesi che essere fosse monovalente: mancava loro la possibiltà di una verifica empirica.

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