Dovere e piacere. Si impara meglio fuori dalla scuola

Ho conosciuto oggi la nuova prima. Ho fatto loro una domanda diversa da quelle che in genere pongo agli studenti all’inizio: ti è mai capitato di divertirti, di provare un grande piacere quando hai imparato qualcosa?

Dalle loro risposte, emerge che la scuola, e l’apprendimento indotto dalla scuola, non sono legati, nella loro esperienza e nella loro memoria, al piacere, ma esclusivamente al dovere.

Tuttavia, fuori dalla scuola, l’esperienza positiva di un apprendimento che soddisfa pienamente e che procura piacere esiste. Due risposte in particolare meritano di essere riportate. La prima è di un ragazzo, figlio di panettieri, che racconta con soddisfazione di quando ha imparato a impastare e a cuocere correttamente un panino al latte (pare che sia molto meno facile di quanto si possa credere: il pane, secondo il racconto del ragazzo, tende a formare un buco al centro, di sotto, ed evitare che ciò avvenga richiede maestria). La seconda è di uno studente che mi ha parlato di come ha imparato a sostituire una gomma forata. Entrambi hanno imparato senza sforzo, in un contesto significativo, e non dimenticheranno ciò che hanno imparato; hanno provato piacere e chi ha loro trasmesso il sapere lo ha fatto quasi senza parlare.

Attenzione: si tratta di ragazzi con alle spalle una carriera scolastica brillante. Hanno già avuto modo di accostarsi all’arte, alla matematica, alle scienze. E apprezzano queste cose. Solo che non si sono divertiti quando le hanno imparate, non hanno provato piacere.

Mi sembra, allora, una pesante sconfitta per la scuola tradizionale e un’occasione per riflettere su come il nostro modo di insegnare possa essere migliorato. Magari partendo dall’osservazione dei contesti in cui questi ragazzi hanno imparato senza sforzo, e divertendosi.

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5 Risposte to “Dovere e piacere. Si impara meglio fuori dalla scuola”

  1. Salvo Says:

    L’altro ieri dovevo spiegare in II B la crisi sociale a Roma nel II sec. a. C. e le proposte di riforma dei Gracchi.
    A casa ho dato un’occhiata al loro libro di testo e immediatamente mi sono detto: io mi romperei le palle a studiare così (sic).
    Così durante il pomeriggio sono andato alla ricerca di questioni del mondo contemporaneo che fossero riconducibili a quelle del Mediterraneo globalizzato dai Romani.
    Il giorno dopo, entrato in classe, sono partito dalla domanda: cosa sapete della Cina di oggi, del suo sviluppo industriale?
    Abbiamo parlato di questo per una mezz’ora buona (tra l’altro ho saltato l’ora di latino) e poi ho posto il problema della crisi del tessile che ha colpito soprattutto le aziende italiane, della delocalizzazione delle aziende manifatturiere (ma non solo) e della piaga della conseguente disoccupazione…
    A quel punto ho detto che la situazione non era diversa al tempo dei Romani. Gli italiani di allora dovevano fare i conti con le merci a basso costo che arrivavano dai paesi neoconquistati grazie all’impiego di manodopera schiavile, il fallimento delle piccole aziende a conduzione familiare (lì ho fatto un es. che utilizzo sempre, e cioè la concorrenza degli ipermercati cui i piccoli bottegai non irescono a far fronte).
    Non ti racconterò tutta la lezione, però lavorare così ai ragazzi piace, perché capiscono che quello che studiano c’entra con la loro vita.
    Secondo me la scuola che fallisce, non è la scuola che non diverte, ma quella che non è abbastanza interessante per te da non farti fare lo sforzo di imparare.

  2. salvomenza Says:

    Caro Salvo Piccinini, benvenuto nel mio blog!
    Mi riconosco in moltissime delle cose che racconti. L’esempio della manodopera schiavile, ad es., lo uso sempre anch’io, con buoni risultati.
    E in realtà non c’è poi divergenza fra il mio e il tuo pensiero nemmeno laddove tu credi che ci sia. Solo che ho forse usato il termine *divertirsi* in modo un po’ troppo personale.
    Cerco di spiegarmi meglio. Tu dici, giustamente:

    Secondo me la scuola che fallisce, non è la scuola che non diverte, ma quella che non è abbastanza interessante per te da non farti fare lo sforzo di imparare.

    Ora, però, quando io parlo di divertimento, mi riferisco proprio all’esperienza di chi si impegna, di chi si concentra in qualcosa che trova, naturalmente, interessante. E quest’impegno, questa concentrazione possono assumere l’aspetto di uno sforzo, forse. Anche se io – e così giro a te il problema terminologico – eviterei questa parola (scil. *sforzo*).

  3. gattopazzo Says:

    io insisto spesso sul tema della ricerca e del presente storico.
    spesso i ragazzi si “divertono” a scoprire di saper fare, di saper trovare, di saper imparare, e i tuoi esempi, il pane e le gomme lo dimostrano.
    quando riescono a legare il presente con il passato, il vicino con il lontano, quando riescono a ricondurre quello che pensavano distante (spazio-tempo) a quella che ritengono la loro realtà sono felici
    iniziano così a comprendere che lo studio è ricerca e, quindi, una sfida (e da qui mi diverto io…)

  4. salvomenza Says:

    Gattopazzo, sono d’accordo con te al 100%. Scoprire, scoprire di saper fare, di saper trovare, studio=ricerca=sfida!
    Mi pare l’essenza del metodo popperiano. E in fondo anche del metodo Montessori.
    E in effetti io, come studente, come ricercatore e come insegnante, mi diverto davvero solo di fronte allo stupore della scoperta.

  5. email marketing Says:

    This is good so that when you send out emails you can address it to them, which
    gives things a more personal touch. Cold calling is very time intensive with a high rejection and frustration rate.
    Simply reading through a piece of text, with no advantage
    of listening to vocal hints, the message can be misunderstood.

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