Archive for the ‘scuola’ Category

Una supplenza in quinta BT

26 settembre 2007

Ho lavorato con loro per tre anni (biennio più terzo anno). Si tratta della mia prima classe in assoluto, e quindi mi fa da calendario: da quanti anni insegno? è facile, questo è il quinto anno. E’ il quinto anche per me.

Li avevo rivisti alcune volte l’anno scorso, ma oggi sono entrato in classe da professore, da supplente. Non mi hanno certo trattato da supplente, però. Ho avuto, anzi, addirittura, l’impressione che il tempo non fosse passato; ho avuto l’impressione, cioè, di trovarmi ancora nella mia classe di due anni fa. A riportarmi al presente sono state le loro dimostrazioni di simpatia: mi sono goduto l’applauso (all’ingresso e all’uscita). Ma la cosa che mi ha fatto più piacere è stato vedere che ricordano ancora moltissime delle cose che ho insegnato loro, anche delle più difficili e inusuali, come, ad es., la trascrizione fonetica (certo non nel dettaglio, ma non è questo che conta). E ricordano anche le sigle del siglario degli errori e, soprattutto, hanno conservato la capacità di scovare in un testo gli errori cui quelle sigle si riferiscono, motivando i loro giudizi metalinguistici con competenza.

Insomma, è stata una grande soddisfazione. Per la mente e per il cuore.

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Troppa letteratura? (Promuovere il pensiero scientifico)

28 maggio 2007

Pubblico un mio vecchio post, inserito nel 2003 all’interno del forum di INDIRE, che oggi non è più accessibile (perlomeno, non sembrano essere più accessibili i vecchi post).

Si tratta di un messaggio provocatorio. Contiene, infatti, affermazioni poco diffuse sulla letteratura e che, oggi, sembrano anche a me un po’ estreme (estremiste?). Però, credo di condividere ancora il succo del discorso. So che molti saranno in disaccordo: i commenti sono tutti graditissimi.

Non ho l’intera discussione, purtroppo, ma solo il messaggio a cui io rispondevo. Eccolo (di seguito, il mio intervento):

Inserito in origine da 001258 TAMBORRINO, ELENA

Caro Michele,

[…]

La filologia? Ho una formazione universitaria di tipo
filologico-linguistico (e non sono poi così d’accordo che la vera vita sia la
letteratura), in effetti trovo più interessati i miei ragazzi ai racconti
intorno alla tradizione di un testo, alle sue modalità di diffusione, agli
impasti linguistici che emergono da diverse mani di copisti, alle varianti
d’autore, agli apparati critici piuttosto che alla poetica degli autori che
devono studiare.

Sono molto contento di sapere che l’approccio filologico ha
successo tra i ragazzi. Vorrei dire, per converso, (ma è troppo cattivo) anche
che mi fa piacere apprendere di qualche fallimento della didattica
tradizionale, solo o prevalentemente contenutista, dell’italiano. (more…)

Ludus. C’è forse un modo migliore di imparare?

16 aprile 2007

Ho ricevuto da un mio alunno (I BT) una mail che mi ha dato più di una piccola soddisfazione. Col permesso dell’autore, la pubblico qui. In un altro post pubblicherò, commentandolo, l’esercizio allegato al messaggio.

 

Buona sera professore. Poiché sabato ho avuto il torcicollo e non sono potuto venire a scuola e poiché domani devo uscire alle
12:20 perché ho impegni, le volevo consegnare il mio lavoro sull’albero grammaticale.

Il lavoro l’ho fatto prima su paint, poi ho spostato tutto su word.

Mi sono divertito un mondo. Grazie. Alla prossima.

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La scuola 2.0

14 aprile 2007

EduPodcast » Blog Archive » La scuola che blogga (anche con i genitori)

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Segnalo alcuni blog molto utili a studenti e insegnanti

12 aprile 2007

http://lapalmieri.splinder.com

Il sito di Tiziana Palmieri, PhD in dantistica, appassionata insegnante di lettere alle medie, carissima amica. Pubblica, tra le altre cose, un adattamento alle scuole medie del mio Siglario degli errori.

http://fuoridiclasse.splinder.com

Una miniera! Una prof di lettere che insegna al Liceo classico (ma che firma i post con due nick diversi 🙂 ). Segnalo, in particolare, i post contrassegnati dal tag “appunti di didattica”. Tra questi, non bisogna assolutamente perdere il post sulla punteggiatura (che rimanda a poche ed elette fonti) e quello sulla maieutica.

http://www.mestierediscrivere.com/testi/punteggiatura.htm

Nessun commento è necessario.


http://chiaroesemplice.blogspot.com/index.html


Il blog di una docente universitaria impegnata da anni nella modernizzazione della educazione linguistica e, in particolare, della (didattica della) scrittura. Non è, però, il suo, un blog propriamente tecnico. Tratta, infatti, di argomenti di varia natura. E’, tuttavia, esemplare, perché la prof. Emanuela Piemontese ha uno stile davvero chiaro&semplice.

Aggiunti, argomenti e argomenti opzionali: come distinguerli (informale, ver. 2)

14 febbraio 2007

L’interpretazione degli argomenti, nel sintagma verbale, dipende dal verbo reggente. Per questo motivo, se il verbo cambia, cambia anche l’interpretazione dell’argomento (ad es. il suo ruolo tematico):

io vado a casa (<meta>) vs. io resto a casa (<luogo>)

Un aggiunto, invece, mantiene la stessa interpretazione (“significa la stessa cosa”) quando il verbo principale cambia:

(2) io vado a casa alle sette e mezza vs. io sto a casa alle sette e mezza

in (2) l’aggiunto alle sette e mezza indica sempre la stessa cosa.

Ne consegue che gli aggiunti non solo possono essere liberamente omessi, ma anche che possono essere inclusi virtualmente in qualunque frase minima con verbo saturato:

io corro alle sette e mezza, Giovanni mette le chiavi sul tavolo alle sette e mezza, pioveva alle sette e mezza ecc.

Ora, con verbi transitivi come mangiare, bere, pensare e sim., se è vero che il complemento oggetto può essere cancellato, bisogna osservare, però, che il significato di tale elemento a) non è indipendente dal verbo e che b) non può essere liberamente aggiunto ad una frase minima con verbo già saturato. Si prenda una frase come Giovanni mangia la mela. Il sintagma mela può essere cancellato senza che la frase perda la sua grammaticalità: Giovanni mangia. Tuttavia, non è possibile aggiungere liberamente la mela ad una frase minima con verbo saturato:

*Giovanni mette le chiavi sul tavolo la mela vs. Giovanni mette le chiavi sul tavolo alle sette e mezza

————

alcune precisazioni:

Dato un sintagma SX con ruolo tematico R appartenente ad una frase F, per verificare che SX sia un aggiunto in F è necessario che:

1. sia possibile cancellare SX senza che F perda la propria grammaticalità

2. sia possibile aggiungere SX, con lo stesso ruolo R, a una frase con verbo saturato F1 in cui nessun nessun elemento possegga già il ruolo R

Ringrazio i miei alunni Giovanni Di Gregorio e Luca Guarrera per le loro preziose osservazioni.

Chi ha paura della scuola?

5 novembre 2006

INCHIESTA Temono soprattutto il passaggio alle medie. Hanno il dubbio di non saper studiare. E l’idea di diventare autonomi, invece di attrarli, li spaventa. Genitori e insegnanti? Spesso li caricano di troppe aspettative. Alle quali i piccoli studenti rispondono così

di Ambra Radaelli

Tratto da «La Repubblica delle donne», 14 gennaio 2006, pp. 58-64

C’era una volta la scuola dell’obbligo. Magari noiosa, ripetitiva, severa. Ma (quasi) per tutti si trattava di un percorso agevole. Le cose cambiano: oggi soprattutto il passaggio alle scuole medie è vissuto da molti alunni con ansia. Nei casi peggiori, e per fortuna rari, i bambini (ma soprattutto gli adolescenti) sviluppano una vera e propria fobia scolare, che però, in realtà, con lo studio ha poco a che fare (vedi box). A volte, senza arrivare alla patologia, manifestano un rifiuto forte, doloroso. Spesso, semplicemente, non entrano in classe volentieri; ma anche la mancanza di entusiasmo compromette la qualità della vita. Questo a sentire le madri, che si confrontano tra loro in ufficio o davanti alle scuole aspettando i figli, a loro dire sempre più riottosi. La scuola è cambiata, da quando ci andavano loro: adesso le elementari hanno il tempo pieno, mentre dalle medie si esce all’ora di pranzo (a volte è previsto un rientro, qualche pomeriggio la settimana), e imparare tutt’a un tratto a gestirsi mezza giornata e a studiare da soli non è sempre facile. D’altra parte, però, ora anche alle elementari c’è più di un insegnante; quindi non c’è più il passaggio, anche qui talvolta complicato, dalla maestra-chioccia che sapeva tutto di te alla moltitudine docente che ancora a dicembre ha difficoltà a ricordarsi il tuo nome. Ma allora, come mai questa percezione ansiosa, problematica? Lasciamo da parte le situazioni di competenza dello psichiatra, e anche quelle disagiate per ragioni culturali o economiche. Parliamo di figli di famiglie italiane, senza problemi colossali. “Non mi pare che il disagio dei ragazzi verso la scuola sia aumentato”, osserva Francesca Lavizzari, preside dal 1978, ora alla elementare e media Cavalieri di Milano. “Anche se ci può essere, soprattutto in prima media, perché è tutto nuovo, il numero dei docenti aumenta, la scansione delle discipline è più rigida, c’è una diversa gestione della cartella, del diario… È la normale conquista delle piccole autonomie, in cui vanno rispettati i tempi, diversi, di ogni bambino”. Per il resto, molto dipende dalla scuola: “Da quanto pone l’accento sulla competizione. Da come accoglie lo straniero o l’handicappato. Se prevede un momento di ascolto”. Uno strumento per far sentire meglio i ragazzi esiste. “Come per le superiori, anche per le medie – ma, di fatto, non si redige in tutte – c’è lo Statuto degli studenti: all’inizio dell’anno stabiliamo le regole assieme ai bambini, che si sentono riconosciuti come persone e le rispettano più facilmente”. Lavizzari non nega di essersi trovata alle prese con qualche caso spinoso, in tanti anni di lavoro. Ma nessuno è rimasto senza soluzione. “Lo psicopedagogista che lavora con me fa uno screening di tutti gli iscritti e, se vede un problema, si mette in contatto con la famiglia o, se c’è, con il professionista che già segue il ragazzo”. In casi meno gravi, il rifiuto della scuola è spesso generato dai genitori, che possono essere problematici in vari modi: “Anche qui, ci sono quelli particolarmente competitivi, quelli che non sanno creare momenti di ascolto se non come interrogatorio (“Che cosa avete fatto a scuola oggi? Che domande ti ha fatto l’insegnante? Come hai risposto? Che voto hai preso?”), quelli che si colpevolizzano perché passano molto tempo al lavoro e poco a casa, quelli che tengono i figli sotto una tutela eccessiva. Allora il “no” alla scuola del bambino è un modo per mettere in atto un ricatto, o per attirare l’attenzione. Una volta, un mio alunno ha lucidamente detto che, così facendo, voleva punire madre e padre”. Oltre alla famiglia, che ruolo hanno il bullismo o l’emarginazione di cui si può essere vittime? (more…)

Quello che ho imparato nonostante la scuola

30 ottobre 2006

Quello che ho imparato nonostante la scuola Ovvero la Briscola in sei con le regole del cinque  Di Francesco La Medica Ci sono quelli che entrano a scuola e tali e quali escono, come se non fosse passato neanche un istante dal giorno in cui hanno varcato per la prima volta la soglia del liceo. Ma, per mia fortuna, non credo di potermi considerare uno di loro.In questi cinque anni di liceo qui al Boggio Lera, infatti, posso dire che, chi più chi meno, la maggior parte dei miei professori (e di professori, adesso che sono alla fine del quinto anno, posso dire di averne conosciuti parecchi) mi ha trasmesso qualcosa, nel bene e nel male, influendo più o meno profondamente nella mia vita. C’è stato il professore che mi ha insegnato cosa volesse dire lavorare duramente per poi vedere premiato il frutto del proprio lavoro; c’è stato il professore che mi ha fatto capire l’importanza di un approccio multidisciplinare allo studio; il professore che mi ha trattato da adulto, dandomi la possibilità di gestirmi da solo le mie ore di studio; il professore che mi ha mostrato come, analizzando ogni singolo minuscolo mattoncino elementare che compone una questione, anche le cose che più diamo per scontate non siano affatto così scontate (chi l’avrebbe mai detto, ad esempio, che i verbi, proprio come gli elementi chimici, hanno una loro valenza?); c’è stata la professoressa che mi ha ricordato cosa volesse dire stare con la testa fra le nuvole, dimostrandomi che si può essere così anche se si hanno i piedi per terra; c’è stata la professoressa che mi ha fatto odiare la materia che l’anno precedente e per tutti e tre gli anni seguenti ho amato alla follia (una materia secondo la quale quando camminiamo è il mondo stesso che ci spinge); c’è stata la professoressa che mi ha trasmesso una serie vuota e sterile di nozioni da chi vuol essere milionario; c’è stata la professoressa che non è riuscita a farmi capire per niente la sua materia, che rimane tuttora avvolta da un affascinante velo di mistero (e mi sembra quasi un atto sacrilego anche il solo pensare di volerlo squarciare).Insomma, in questi cinque anni ho capito che esistono vari tipi di professori, che possono essere distinti in base a quello che riescono a trasmettere ad un alunno. Ci sono quei professori che non riescono a trasmettere assolutamente nulla. Quelli che non riescono ad andare al di là dei loro programmini compilati dal Ministero. Ci sono quelli che, pur non insegnando niente, riescono a fare crescere un alunno dentro, facendolo riflettere e maturare. E poi ci sono quei professori che riescono contemporaneamente ad insegnare la loro materia e a trasmettere all’alunno la passione per questa materia, facendolo diventare addirittura suo complice nell’analisi di certe questioni. Questi ultimi professori sono quelli che vengono definiti dei professori bravi, motivati, o chissà che.Ma non importa, non è di questo che si occupa il nostro articolo. Il nostro articolo, infatti, si occupa del problema principale di ogni alunno: la gestione dell’immane flusso di informazioni, curiosità e, in certi casi, addirittura valori provenienti dalla moltitudine di professori che lo circondano. Questi dati (se così vogliamo chiamarli) sono veramente troppi, e, se non adeguatamente filtrati, rischiano addirittura di far scoppiare il cervello del povero alunno. Ecco che, quindi, l’alunno ha evoluto un proprio sistema di autodifesa che scatta nel momento stesso in cui il flusso di dati si interrompe o, in certi casi estremi, anche quando è ancora in corso (mentre il professore, cioè, sta ancora cercando di spiegare): la briscola in sei con le regole del cinque. L’alunno che attiva per primo questo meccanismo cerca immediatamente nei suoi compagni dei segnali che indichino insofferenza verso gli stimoli provenienti dal professore. Se ne trova un numero sufficiente, seleziona un numero di cinque compagni per “armare un seggio”. Dopodiché, inizia il gioco: dopo aver deciso chi fa carte, si levano i due dal mazzo e si danno sei carte a testa. In base alle carte che si hanno, si inizia una specie di asta in cui si passa oppure si dichiara il punteggio che si ritiene di poter fare con quelle carte. L’asta serve ad aggiudicarsi il diritto di scegliere il seme della briscola. Si passa quindi al cosiddetto “giro morto”, in cui si butta una carta in base a quella che si suppone possa essere la briscola. Alla fine del giro morto, chi ha vinto l’asta decide chi prende, dichiarando il seme della briscola e “chiamando” una carta, il cui possessore sarà il suo compagno, che deve giocare favorendo chi l’ha chiamato, ma senza farsi scoprire dagli altri. Una volta chiamato il compagno, si gioca con le normali regole della briscola.Essendo questo l’ultimo anno, la nostra mente era stracolma di dati, e, di conseguenza, il meccanismo di autodifesa si è attivato più spesso del solito. Siamo così giunti a stilare addirittura una serie di regole, qui riunite in un prontuario, basilari. Il non rispetto di queste elementari regole è in grado di provocare urla, insulti, risa, ma anche lancio di oggetti vari e, ovviamente, cozzate.  triade si chiama 91 (per gentile concessione del nonno di Caniglia); Più carichi da soli si tengono; 3. Il 7 è fondamentale, e al giro morto non si butta mai; 4. Al giro morto se la chiamata va da 81 a 90 il re non si butta, così il cavallo da 91 a 100; 5. Se chi chiama esce di scartina al giro morto, è probabile che questa sia la briscola, e quindi va superata; 6. Se la chiamata è 118 e si ha una donna accompagnata da un’altra figura o da un 7, questa va buttata al giro morto, altrimenti è senza punto e si paga doppio (ma l’alunno non gioca con i soldi); 7. Se chiama Tenerello c’è una base fuori; 8. Regola “Di Francesco”: un carico alla fine lo porta sempre; 9. Se è carte a terra e il compagno è Cinquerrui, non è detto che si vinca. Glossario Base: L’insieme delle carte che escono durante un singolo giro. Molto comuni sono le lamentele nel caso in cui la base viene fatta con una scartina o, al contrario, nel caso in cui con una briscola alta si fa una base con pochi punti; Carte a terra: Quando le briscole di valore più alto sono possedute da chi ha chiamato e dal suo compagno, si “buttano le carte a terra”, perché la vittoria è matematica; Chiamare: Dichiarare la carta che si sceglie come compagno; Compagno: Colui che viene chiamato; Portare: Si usa così per indicare il possesso di una carta che prima o poi si giocherà; Scartina: Carta molto bassa (4, 5 o 6), di nessun valore, ma utile se del seme della briscola; Triade: Donna, cavallo e re. Si chiama 91 perché uno dei due carichi mancanti spesso esce al giro morto; Si ringraziano per la collaborazione: Carlo Caffarelli; Il gruppo della briscola; Il professore Menza (quello dei mattoncini elementari). Francesco La Medica