Problemi coi ruoli tematici

Oggi ho ripreso la grammatica con i ragazzi della attuale 2A BT (la prima dell’anno scorso).

Sono riusciti a stupirmi ancora, piacevolmente, con la loro capacità di concentrazione e le loro osservazioni (obiezioni?).

La frase che abbiamo analizzato è:

(1) I bambini parlavano alla mamma.

L’esercizio che ho proposto loro è (per loro) di ripasso: individuare i sintagmi, distinguere argomenti e aggiunti e stabilire i ruoli tematici associati a ciascuno dei sintagmi e, infine, descrivere la derivazione sintattica con un diagramma ad albero.

Secondo i ragazzi, risulta problematico:

a) stabilire quale sia il ruolo tematico di (alla) mamma;

b) dimostrare che alla mamma è un argomento e non un aggiunto.

Sono d’accordo con loro. Non mi ero accorto che ci fossero questi problemi, ma si tratta di un ‘occasione importante per riflettere sulla teoria e sulla lingua.

Vediamo, prima, perché è problematico stabilire il ruolo di mamma in (1). I principali ruoli che io ho descritto ai ragazzi l’anno scorso sono questi:

agente: colui che compie (causa, dà inizio a) un’azione mediante un atto di volontà

esperiente: chi vive un’esperienza interiore (psichica) che non modifica la realtà esterna, ma che può essere causata dalla realtà esterna

beneficiario: chi viene avvantaggiato (o, al contrario, danneggiato) da un evento al quale egli può anche non prendere parte direttamente. (Ho comprato i libri a mio figlio, per mio figlio)

tema/paziente: entità coinvolta in un evento che essa non ha causato (perlomeno volontariamente) e al quale può prendere parte anche non volontariamente (è simile al tradizionale complemento oggetto: entità che subisce l’azione). (paziente si usa per entità animate; tema, invece, per quelle inanimate).

origine (sorgente): in un evento caratterizzato da un movimento, è il punto di partenza

meta: in un evento caratterizzato da un movimento, è il punto d’arrivo, dove l’azione si conclude.

Ora, la mamma in (1), e, in generale, il secondo argomento di verbi come parlare, non è certamente un agente, perché non è indispensabile che intervenga nell’evento in modo volontario, che lo causi, che gli abbia dato inizio. L’unica condizione indispensabile perché la proposizione (1) conservi il suo valore di verità è che tra la mamma e i bambini sia presente un canale di comunicazione (in senso jacobsoniano) aperto e funzionante: ad es., che la mamma e i bambini si trovino nello stesso ambiente, oppure che parlino al telefono con una connessione attiva.

Queste considerazioni hanno, allora, spinto alcuni studenti, Mbaye per primo (mi pare), a proporre, per mamma, il ruolo di paziente. In effetti, la descrizione che ho riportato più in alto è compatibile con il personaggio della mamma in (1). Tuttavia, Giovanni Di Gregorio nota che l’entità in questione presenta anche caratteristiche tipiche del ruolo di esperiente, oltre a quelle tipiche del paziente. La mamma, infatti, secondo Giovanni, vivrebbe un’esperienza interiore provocata dai bambini che le parlano.

Altri ragazzi notano, poi, che, in fondo, non è possibile escludere nemmeno che la mamma sia avvantaggiata o danneggiata (infastidita) dall’azione dei bambini, e che quindi potrebbe ricoprire anche il ruolo di beneficiario.

La teoria sembra, dunque, vacillare; sembra perdere, infatti, il suo potere descrittivo. La proposta dei ruoli misti di Di Gregorio (ad es. <exp+th>) è un primo tentativo di revisione che può salvare la teoria incrementando, per mezzo della combinazione di ruoli semplici, l’inventario complessivo dei ruoli (ma questo è un danno per l’economia della teoria). Un’altra strada che è possibile percorrere consiste nel rendere più restrittive le definizioni dei singoli ruoli o, in generale, nel perfezionare la diagnostica, la tecnica, cioè, l’insieme dei test con cui si stabilisce quale ruolo sia ricoperto da ciascun sintagma. Discutendo coi ragazzi, ad es., mi sono reso conto che potrebbe essere molto fruttuoso un tipo di test basato sulla verifica del valore di verità della proposizione in esame al cambiare di alcune caratteristiche: alcune modifiche sono irrilevanti; altre, invece, rendono la proposizione falsa o malformata. Riporto alcuni esempi salienti della discussione:

(2) Giovanni dà una penna a Maria

(3) Giovanni lancia una penna a Maria

(4) Giovanni compra una penna a Maria

(5) Giovanni parla a Maria / Giovanni dice qualcosa a Maria

Il ruolo di Maria sembra essere diverso con ognuno dei verbi in (2)-(5) ((5) è, per questo aspetto, identico a (1)).

Ci chiediamo se Maria debba essere presente nel contesto, se debba essere collegata al primo argomento da un canale di comunicazione, se debba necessariamente compiere un atto di volontà, se sia essenziale che l’atto vada a buon fine (rispetto allo scopo del soggetto).

presente

nel cont. canale volontà buon fine

dare sì no sì sì

lanciare sì no no no

comprare no no no no

parlare/dire no sì no no

Per verificare quanto abbiamo esposto, è possibile costruire delle frasi con il verbo in esame accostando una subordinata o una coordinata che modifica in modo rilevante una delle caratteristiche che abbiamo usato nella tabella (presenza nel contesto, canale, volontà ecc.).

Ad es., per verificare i valori relativi alla presenza del contesto è possibile usare queste frasi:

(6) *Giovanni ha dato la penna a Maria, ma Maria non era nella stanza

se Maria non era nella stessa stanza in cui si trovava Giovanni, allora non può essere vero che Giovanni ha dato le chiavi a Maria. Lo stesso vale per lanciare, come il lettore può facilmente verificare da sé. Al contrario, come si vede da (7) e (8), la compresenza di Maria e Giovanni non è indispensabile con gli altri verbi.

(7) G., a Catania, ha comprato una penna a Maria mentre Maria era in viaggio per Pisa.

(8) G. parla a Maria, mentre Maria si trova a Pisa (è ok se si tratta di una conversazione telefonica)

Per quanto riguarda la volontà, sembra che solo il verbo dare, tra quelli in esame, faccia sì che Maria debba necessariamente agire volontariamente. Maria, infatti, deve prendere l’oggetto che Giovanni le porge, deve accettarlo:

(9) *Giovanni dà una penna a Maria, ma Maria non la prende /mentre Maria dorme.

(10) Giovanni parla a Maria mentre Maria dorme (G. crede che M. non dorma?)

(11) Giovanni compra una penna a Maria mentre Maria dorme

(12) Giovanni lancia una penna a Maria, ma Maria non la afferra

Stesso discorso vale per il raggiungimento dell’obiettivo (buon fine):

(13) *Giovanni ha dato una penna a Maria, ma Maria non ha ricevuto la penna

(14) Giovanni ha comprato una penna a Maria, ma Maria non ha ricevuto la penna

(15) Giovanni ha lanciato una penna a Maria, ma Maria non ha ricevuto la penna

(16) Giovanni ha parlato a Maria, ma Maria non gli ha prestato nessuna attenzione

La ricerca dovrebbe continuare ed estendersi ad un numero considerevole di verbi perché sia possibile azzardare delle generalizzazioni significative. Per ora, possiamo dire che può essere conveniente disaggregare il concetto di ruolo tematico in una combinazione di tratti più semplici del tipo +-volontà, +-presenza ecc.

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