Archive for the ‘esperimenti grammaticali’ Category

Correlazioni 2 (aggettivo, participio…)

10 febbraio 2014

Nel post precedente, abbiamo cercato possibili correlazioni tra alcuni dati linguistici.

La correlazione è presente tra l’accordo soggetto-participio/aggettivo e la presenza del verbo ‘essere’: ogni volta che il verbo è ‘essere’, il participio concorda col soggetto, comportandosi in modo simile ad un aggettivo. Si noti, a questo punto, che esibiscono lo stesso comportamento il participio passato del verbo transitivo al passivo (ammirata) e quello del verbo non transitivo (arrivata): ciò che conta è la sola presenza del verbo ‘essere’, come si diceva.

Una teoria, un modello che mira a riprodurre il funzionamento della lingua dovrebbe riprodurre tale correlazione. Ad es., si potrebbe ipotizzare che i tratti responsabili della combinazione di aggettivi, participi di verbi passivi e di verbi inaccusativi (sono quelli non transitivi che selezionano l’ausiliare ‘essere’), debbano avere qualcosa in comune. Inoltre, il verbo ‘essere’ dovrebbe possedere tratti che ne legittimo la connessione con strutture nome-aggettivo/nome-participio che concordano fra loro.

In grammatica generativa, una simile connessione tra nome e aggettivo è considerata una Frase Ridotta (FR): una predicazione nominale costituita da un soggetto e da un predicato non verbale giustapposti all’interno di un costituente. I verbi copulativi (‘essere’, ‘diventare’, ‘sembrare’) e altri come ‘considerare’, sono in grado di selezionare come proprio complemento, secondo questa teoria, una frase ridotta: il soggetto, per ragioni che non posso spiegare qui, deve spostarsi a sinistra del verbo perché si ottenga l’ordine definitivo: è Giovanni intelligente -> Giovanni è t intelligente (Giovanni intelligente è una FR, t indica la posizione originaria del soggetto). Con verbi come considerare, il movimento non è necessario né consentito: Maria considera Giovanni intelligente.

Cosa potrebbe essere correlato al movimento del soggetto nei due esempi (quello col verbo ‘essere’ e quello col verbo ‘considerare’). In altre parole, da cosa potrebbe dipendere il movimento del soggetto verso l’esterno della FR?

Lasciamo in sospeso questa nuova correlazione (su cui torneremo nel prossimo post) e torniamo alla prima questione.

I tratti che accomunano aggettivi e participi che concordano col soggetto sono, molto ragionevolmente, dei tratti di genere e numero. Il genere e il numero sono tratti inerenti dei nomi, ma tratti non valutati negli aggettivi/participi: questi ultimi assumono, nell’italiano moderno, il genere e il numero dei nomi cui si legano, segnalando, in questo modo, proprio tale legame (in altre parole: in italiano gli aggettivi e i participi hanno genere e numero perché in tal modo è possibile capire a quali nomi essi si riferiscano; in inglese l’accordo non c’è, ma la stessa informazione è ottenuta osservando la posizione dell’aggettivo).

Gianluca Tinnirello mi fa notare che, se gli unici tratti che descrivono gli aggettivi fossero davvero il genere e il numero, allora la combinazione nome-aggettivo dovrebbe costituire una frase benformata, il che non è vero: *ragazza amata. Perché la frase sia benformata, è necessaria la presenza di un aggettivo e di un verbo. La classe, allora, ricorda/propone che perché una frase sia benformata è necessario che sia presente un verbo. Federico Carpintieri trova subito un controesempio: le frasi nominali (notate da poco in Manzoni) e quelle con interiezione…

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Frasi copulari 1. Giuseppe Addamo oggi aveva ragione

8 febbraio 2008

Oggi in seconda BT abbiamo provato ad analizzare la struttura delle frasi copulari.

Giuseppe Addamo, ad un certo punto, ha proposto una soluzione davvero interessante, ma io, in quel momento, non sono riuscito a rendermene conto e non ho dato alla sua osservazione il peso che in realtà meritava. Provo a rimediare adesso.

Tutto inizia da esempi di frasi copulari simili ai seguenti. Luigi ha ruoli tematici diversi a seconda dei diversi predicati nominali:

(1) Luigi è triste (Luigi è esperiente)

(2) Luigi è all’opera (= ‘si è messo all’opera’) (Luigi è agente)
(3) Luigi è alto (Luigi è tema)

(4) Luigi è privo di pudore (Luigi è tema)

(5) Luigi è adatto a questo lavoro

(6) io considero Luigi adatto a questo lavoro

Pare, dunque, che la copula non sia responsabile del ruolo tematico del soggetto, che dipende, invece, dall’aggettivo che segue la copula. Tale ruolo è assegnato anche in contesti senza copula:

(7) ho visto un ragazzo triste <exp>/ un ragazzo all’opera <ag>/ un ragazzo alto <th>/ un ragazzo privo di pudore / un ragazzo adatto a questo lavoro

Si nota, inoltre, che l’aggettivo richiede la presenza del SN di cui determina il ruolo:

(8) *ho visto un triste /*un all’opera / *un privo di pudore, ecc.

L’aggettivo si comporta, così, come un verbo, che richiede la presenza di un soggetto e gli assegna un ruolo tematico. A questo punto è conveniente ritenere Luigi argomento dell’aggettivo triste/all’opera/privo/adatto piuttosto che del verbo essere. Quindi, triste, all’opera e alto sono aggettivi monovalenti (hanno bisogno solo di un soggetto), mentre privo e adatto sono bivalenti (richiedono un complemento oltre al soggetto).

La copula serve a fornire una struttura che assegni il caso nominativo al soggetto, argomento dell’aggettivo.

Andiamo adesso alla proposta di Addamo per l’analisi della frase (6), che ripeto per comodità in (9):

(9) io considero Luigi adatto a questo lavoro

Qual è la struttura argomentale di considerare? I ragazzi propongono subito che si tratta di un verbo trivalente:

1° argomento: io

2° argomento: Luigi

3° argomento: adatto a questo lavoro

Questa analisi non è l’unica possibile e assai probabilmente è errata, nonostante le apparenze. Suggerisco ai ragazzi di verificare se Luigi adatto a questo lavoro non sia in realtà un unico costituente. In tal modo considerare risulterebbe bivalente:

1° argomento: io

2° argomento: Luigi adatto a questo lavoro.

Per procedere alla verifica, siccome ogni argomento è un sintagma i ragazzi applicano a Luigi adatto a questo lavoro i test per riconoscere i sintagmi: il test della sostituibilità mediante proforma adeguata e il test dell’enunciabilità in isolamento. Nessuno dei due test, tuttavia, dà risultati positivi. E se Luigi adatto a questo lavoro non è un sintagma, allora non è neanche un (unico) argomento di considerare. Tuttavia, il test della coordinabilità risulta positivo:

(10) io considero [Luigi adatto a questo lavoro] e [Maria molto intelligente]

(11) io considero [Luigi intelligente] e [Dario assai stupido]

Gli altri due test potrebbero essere risultati negativi perché necessitano entrambi di una proforma adeguata al costituente indagato (una proforma pronominale per il test di sostituibilità e una proforma interrogativa per il test dell’enunciabilità in isolamento). Ma in realtà questa non è una prova decisiva: la coordinazione potrebbe coinvolgere due costituenti più ampi (frasi di modo finito), con ellissi del verbo ripetito:

(12) [io considero Luigi intelligente] e [pro considero Dario assai stupido]

Cogente, invece, è la deduzione di Giuseppe Addamo: secondo il Criterio Tematico, uno stesso sintagma non può essere contemporaneamente argomento di due teste diverse. Ora, avevamo già assunto che Luigi è argomento dell’aggettivo bivalente adatto. Se ciò è vero, allora, per il Criterio Tematico, lo stesso Luigi non può essere anche argomento di considerare. Considerare, allora, seleziona il SN io e un intero costituente SX (sintagma per ora senza nome) Luigi adatto a questo lavoro. Tale SX non coincide con Luigi, ma lo contiene, e questo non viola il Criterio Tematico. All’interno di questo SX, Luigi e a questo lavoro sono argomenti dell’aggettivo adatto.

(13) (=9) io considero [Luigi adatto a questo lavoro].

Il prossimo compito è stabilire che tipo di sintagma sia SX.

Alberi sintattici che si possono toccare. Un primo tentativo e un video degli studenti

30 novembre 2007

Qualche secondo dal laboratorio (di ispirazione montessoriana) del 29 novembre 2007 in seconda BT. Acerbo e magnifico, come ogni primizia.

Un ringraziamento speciale a Luigi Mingrone (al suo cellulare, al suo PC, alle sue competenze e al suo prezioso tempo) per il video (ma anche agli altri componenti del gruppo: Rosanna Musso, Mbaye Gueye, Carmelo Balletti, Andrea Raudino)

Giovanni Di Gregorio sul ruolo tematico dei soggetti di predicati nominali

10 novembre 2007

Giovanni Di Gregorio mi ha scritto una mail in cui precisa la sua proposta di un nuovo ruolo tematico.

Allora, le spiego questa cosa del nuovo ruolo tematico.
Secondo me esiste un ruolo tematico chiamato “natura”.
Un esempio di questo ruolo è in la maglietta è rossa.
Io le avevo detto che maglietta in questo caso non è agente e nemmeno esperiente.
Allora, lei mi ha risposto che la maglietta svolge il ruolo di tema.
Secondo me non è così. Casomai, in la maglietta è stata dipinta di rosso la maglietta è tema, perché in questo caso la maglietta è stata coinvolta nell’azione di essere dipinta.

E, aggiungo io, invece, nella frase la maglietta è rossa, la maglietta non è coinvolta in nessun evento e quindi nessun ruolo può esserle assegnato. In effetti io ho spiegato i ruoli sempre facendo riferimento ad eventi, mai a stati. Che la maglietta nella frase copulare abbia ruolo di tema è una cosa che io ho trovato nella letteratura sull’argomento, non ho sulla questione delle idee originali. Tuttavia, non mi ricordo di aver mai visto la motivazione di una simile scelta (che il soggetto del predicato nominale sia un tema). Forse potremmo semplicemente riformulare la definizione di ruolo “tema”, includendo il caso di un’entità che possiede una caratteristica, che si trova in un particolare stato. Oppure possiamo accogliere la proposta di Giovanni.

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I ragazzi conducono mentalmente, e inconsapevolmente, delle dimostrazioni per assurdo che poi non riescono a descrivere

7 novembre 2007

Ieri Roberto (14 anni), ha formulato oralmente e rapidamente un giudizio che implica, io credo, una dimostrazione per assurdo. Ha avuto molta difficolta, però, a descrivere il ragionamento che lo aveva portato a formulare quel giudizio.

L’oggetto di osservazione era una frase italiana benformata simile a questa:

(1) li abbiamo costretti a uscire dall’acqua

Il problema generale che avevo proposto era stabilire la valenza dei due verbi, costringere e uscire, e individuare gli argomenti dell’uno e dell’altro, nonché gli eventuali aggiunti. Ora, alcuni studenti hanno ipotizzato che costringere sia quadrivalente, e che i suoi argomenti siano

a. noi (sottinteso)
b. li
c. a uscire
d. dall’acqua.

Secondo altri studenti, invece, costringere è trivalente e i suoi argomenti sono

a. noi (sottinteso)
b. li
c. a uscire

Questo secondo gruppo di studenti difende la propria ipotesi affermando che il presunto argomento d (dall’acqua) dipende da uscire e non da costringere. Si tratta di una buona intuizione, ma chiedo loro di provare a fornire una dimostrazione. Roberto, allora, osserva che dall’acqua non può essere argomento di costringere perché questa frase (2) è malformata:

(2) *li abbiamo costretti dall’acqua

La conclusione è convincente, ma manca il procedimento, che, tuttavia, deve essersi prodotto perfettamente nella mente del ragazzo. Secondo me il procedimento “segreto” potrebbe somigliare a questo:

i. se dall’acqua fosse davvero un argomento di costringere (per absurdum), e
ii. poiché la combinazione di un verbo con i suoi argomenti è una frase benformata,

ci aspetteremmo
iii. che la frase (2), costituita da una forma del verbo costringere accompagnata, appunto, dagli argomenti noi (sottinteso), li e dall’acqua fosse una frase benformata.

iv. Tale aspettativa, tuttavia, non è soddisfatta, perché la frase in (2) è malformata,
e dunque
v. l’ipotesi accettata per absurdum in i. (che dall’acqua sia un argomento di costringere) è falsificata.

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Professore, ho un’ipotesi migliore della sua ^_^

27 ottobre 2007

Capita che Giovanni Di Gregorio (2a BT, 15 anni freschi freschi), quando si assenta, mi spedisca per e-mail una scansione degli esercizi che ha fatto a casa. E pare che queste pause di riflessione lo rendano particolarmente produttivo. Nel suo ultimo invio, che risale allo scorso mercoledì, ad esempio, mi fa sapere che ha elaborato una sua teoria per spiegare le frasi italiane con ausiliare e participio; una teoria, secondo lui, più semplice e generale (e dunque migliore) di quella che ho presentato io in classe. In allegato, poi, Giovanni mi propone (more…)

Pro piccolo e le intuizioni degli studenti

20 ottobre 2007

Nello stesso lavoro di gruppo (v. post precedente), uno dei gruppi è giunto alla conclusione che il soggetto di frase in italiano è, in realtà, un aggiunto e non un argomento, contrariamente alla teoria di Tesnière, secondo il quale i soggetti sono sempre argomenti del verbo. Il motivo è semplice: il soggetto sembra comportarsi come un aggiunto. Un aggiunto, infatti, se omesso, (more…)

Lavorare in gruppo conviene

20 ottobre 2007

Nei lavori di gruppo in classe (1a I, sulla distinzione tra argomenti e aggiunti), i gruppi comprendenti un maggior numero di studenti hanno raggiunto i loro obiettivi, o sono passati ad analisi più raffinate, in anticipo rispetto ai gruppi formati da un numero minore di persone. E i ragazzi che hanno deciso di lavorare da soli sono stati più lenti a risolvere il problema rispetto ai ragazzi che hanno lavorato in gruppo.
Ho avuto modo anch’io di lavorare con dei colleghi nella scorsa settimana, in particolare nella correzione dei compiti scritti. E anche io ho sperimentato una maggiore efficienza quando ho collaborato con altri.
Insomma, pare che lavorare in gruppo convenga.

Un errore da evitare nella conduzione di esperimenti grammaticali

12 ottobre 2007

Mi sono reso conto, conducendo un esperimento grammaticale sulla frase minima, che commetto spesso un errore che non voglio più ripetere. Lo scenario è questo: io presento un problema, anche scrivendo qualcosa alla lavagna, e invito tutti gli studenti a intervenire per fare delle proposte, formulare ipotesi, fare osservazioni. Dopo diversi tentativi andati a vuoto (si tratta di ipotesi che gli stessi alunni riescono facilmente a falsificare), ecco che, dal terzo o dal quarto banco (ad es.), arriva un’ipotesi che descrive perfettamente i dati: è la stessa ipotesi dei linguisti contemporanei. Sono felice, non resisto: dico subito che hanno ragione, che sono stati bravi. Tutti.

E invece no. Me ne sono reso conto parlando con un collega che (more…)

Giovanni e il filtro del Comp

10 ottobre 2007

Ho proposto, in 2a BT, per spiegare la differenza strutturale fra dichiarative e interrogative, una ipotesi puramente descrittiva (cioè non teorica), e cioè che il verbo si muova da ACR a C nelle frasi interrogative, ma che rimanga in ACR nelle frasi dichiarative. Ho spiegato ai ragazzi, però, che sarebbe meglio trovare un principio (o una combinazione di principi) più generale che regoli il movimento da ACR a C.

Giovanni, allora, propone, sulla campana delle 14, che se lo specificatore di SC è pieno, deve essere riempita anche la testa C. E l’unico candidato è il verbo in ACR. Se il movimento non ha luogo, (more…)

Problemi coi ruoli tematici

21 settembre 2007

Oggi ho ripreso la grammatica con i ragazzi della attuale 2A BT (la prima dell’anno scorso).

Sono riusciti a stupirmi ancora, piacevolmente, con la loro capacità di concentrazione e le loro osservazioni (obiezioni?).

La frase che abbiamo analizzato è:

(1) I bambini parlavano alla mamma.

L’esercizio che ho proposto loro è (per loro) di ripasso: individuare i sintagmi, distinguere argomenti e aggiunti e stabilire i ruoli tematici associati a ciascuno dei sintagmi e, infine, descrivere la derivazione sintattica con un diagramma ad albero.

Secondo i ragazzi, risulta problematico:

a) stabilire quale sia il ruolo tematico di (alla) mamma;

b) dimostrare che alla mamma è un argomento e non un aggiunto.

Sono d’accordo con loro. Non mi ero accorto che ci fossero questi problemi, ma si tratta di un ‘occasione importante per riflettere sulla teoria e sulla lingua.

Vediamo, prima, perché è problematico stabilire il ruolo di mamma in (1). I principali ruoli che io ho descritto ai ragazzi l’anno scorso sono questi:

agente: colui che compie (causa, dà inizio a) un’azione mediante un atto di volontà

esperiente: chi vive un’esperienza interiore (psichica) (more…)